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"Il vino nella minestra" al Salone del Libro di Torino

DA VARESE A OSSIMO A MONTAROTTO - Giornalista e scrittore varesiso, ma da sempre profondamente camuno, Salvatore Gianmaria Italia è stato per molti anni presidente della Biblioteca di Ossimo e direttore del periodico "Ossimonoi - Informazione e cultura". Il prossimo sabato 14 maggio sarà ospite al Salone Internazionale del Libro di Torino per presentare il suo libro "Il vino nella minestra", un avvincente romanzo-testimonianza pubblicato nel 2007 dall'editrice UNI Service di Trento e qui presentato come uno spaccato di società italiana nei suoi primi 150 anni. A questo proposito la redazione del Portale della Cultura ha brevemente intervistato l'autore per raccogliere alcune impressioni.

- Gianmaria, non è la prima volta che il libro va a Torino?

"No, il libro era già stato presentato due anni fa, a pochi mesi dalla pubblicazione. Già allora aveva raccolto consensi da parte dei lettori, così l'editore ha ritenuto opportuno riproporlo in questa circostanza ufficiale del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Si può capire come sia un'occasione davvero unica e veramente importante, per me fonte di grande soddisfazione. Anzi, mia figlia Daniela, che da qualche mese abita in Lussemburgo, è tornata in Italia e mi accompagnerà insieme alla sorella Donatella questa nuova avventura."

- Il libro verrà presentato nella sezione "società" del Salone, vuoi raccontarci qualcosa?

"Esatto. Il Salone ha diverse sezioni tematiche e gli editori possono scegliere diversi titoli da proporre all'interno di questi 'contenitori'. Il mio libro è stato scelto perché raffigura, attraverso il racconto autobiografico, un ritratto della tipica società camuna degli anni '50 e '60, quindi dell'immediato dopoguerra, visto attraverso gli occhi semplici ma attenti e vivaci di un bambino. Ciò che viene descritto è una situazione autentica, concreta senza infiorettature o divagazioni ma che dipinge realisticamente come si viveva a quell'epoca in Valle Camonica. Il libro è ambientato nel paese di Montarotto, ma già dalle primissime righe si capisce come in realtà quel paese sia, di fatto, Ossimo."

- Come mai hai deciso di scrivere questo libro?

"Quando un uomo arriva ad una certa età sente il bisogno di mettere per iscritto una parte della sua memoria. È l'era dei ricordi, un momento in cui si prova la necessità di tradurre in qualcosa di concreto quelle impressioni, quelle facce, quelle frasi e quei luoghi del passato che altrimenti rischierebbero di svanire per sempre. Sono situazioni assolutamente lontane dall'attuale e l'intenzione non è di fare un raffronto tra il 1950 e il 2000, ma piuttosto è un voler ricordare quelle amicizie e quelle esperienze vissute nei primi anni della ragione: legami schietti e sinceri, che ancora non erano condizionati da altri valori."

- Un tuffo nel passato, insomma?

"Più che altro un flashback. Un giornalista di oggi, che poi in fondo è un uomo qualunque, arriva nel paese in cui è cresciuto da piccolo e scopre che tutto è cambiato: non solo le persone, ma anche le case, i posti, il paesaggio. Quelli che una volta erano amici ora non si ricordano più neppure il tuo nome, quei campi e quei prati in cui si giocava ora sono pieni di villette e non si sentono più i rumori degli animali e i campanacci delle mandrie al pascolo. Questo racconto è un collage di vite concatenate che descivono una comunità: nasce dalla voglia di ricordare il passato. Non è nostalgia, ma desiderio di rivivere quei momenti spensierati di cui ancora oggi si conserva un ricordo vivido, piacevole e assolutamente autentico. Molti lettori si sono riconosciuti in queste pagine, persone di tutti i ceti e di tutti i livelli che hanno rivissuto, anche con un po' di groppo alla gola, la loro infanzia nei piccoli paesi montani."

- C'è un passaggio del libro che ti è partricolarmente caro?

"Certamente: è il brano che parla della fontana. Non voglio togliere ai lettori il piacere di scoprirlo da soli, ma è il passaggio che considero come il più reale e ricco di significati. Brevemente, c'è questo bambino che è abituato a vedere la fontana del paese: la 'sacra fonte' che fornisce acqua a tutte le famiglie, alle bestie ed è un po' il centro dell'intera comunità, attorno alla quale le persone si ritrovano, discutono, commerciano, insomma, vivono. Un bel giorno arriva il progresso sotto forma di l'acquedotto e presto tutti hanno l'acqua in casa. Così la fontana viene abbandonata e addirittura demolita: quello che non serve più lo si butta via. Le persone dimenticano il loro passato: distruggendo la fontana hanno cancellato una parte della loro storia, della loro tradizione e di una cultura che non ritornerà mai più. Provate a pensare a quante fontane hanno fatto questa fine nei nostri paesi di montagna: con loro se ne sono andati anche moltissimi ricordi, molti usi, molte tradizioni."

- Qualche anticipazione per il futuro?

"Una piccola e brevissima indiscrezione: insieme a mia figlia sto scrivendo a quattro mani un nuovo libro, un romanzo noir che si intitolerà "Sabbioneta, esterno sera". Il titolo promette bene, ma per scaramanzia non voglio dilungarmi oltre. Bisognerà però aspettare ancora qualche mese..."

(Andrea Richini)

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