VIVERE nella comunità
Archivio notizie
aperto2010: le installazioni nel Castello di Breno
UN LAVORO IN DIVENIRE – Per i trenta giovani artisti che hanno partecipato alla prima edizione di "aperto 2010" la settimana dal 19 al 24 luglio si è davvero rivelata lunga ed estenuante. E, tra visite alla forge, lezioni con i fabbri di Bienno, convegni sull’arte contemporanea e sul ferro, finalmente è avvenuto l’incontro con quel superbo gigante di pietra che domina Breno e la Valcamonica dalla sua collina. Una salita ripida e tortuosa, per i meno allenati un po’ di fiatone, ed eccolo lì: il Castello di Breno. Lo spazio espositivo, il luogo designato in cui hanno preso forma e trovato posto le opere d’arte che questi giovani sono stati chiamati a realizzare. Per la verità gli scultori e gli installatori sono circa una decina (gli altri artisti sono operatori audio e video e fotografi che devono documentare la manifestazione) ma il lavoro non manca e tutti, come una vera squadra, danno il proprio contributo. Griglie, chiodi, legno, scarti di produzione di forge e fucine, bancali, pennelli, carbone e latte di vernice: il materiale è pronto. Basta solo rimboccarsi le maniche, mettere in moto la mente (e il cuore, altrimenti che arte sarebbe senza?), e prepararsi a fare tanta fatica. Perché in barba a tutti quelli che pensano che la vita di un artista sia fatta solo di vagheggiamenti e agi, questi ragazzi hanno veramente sgobbato: si sono sporcati le mani, si sono feriti con gli aspri materiali utilizzati, hanno portato pesi considerevoli da un angolo all’altro del castello, hanno sudato sotto un sole cocente e hanno continuato a lavorare sotto l’acqua battente e sferzati dal vento, perché il tempo incalzava. E perché questo è quello che amano fare.
IL CASTELLO E I CANCELLI – Le opere in esposizione in questi giorni al Castello di Breno hanno tutte un denominatore comune: sono dei cancelli. E in qualche modo rappresentano il tema universale del confine, della barriera, della differenza, con tutte le contraddizioni e le implicazioni insite: l’apertura, la chiusura, la volontà di varcare la soglia, l’impossibilità di accedervi. Da un lato quindi trovano posto i Cancelli_d’Europa di Franca Ghitti (opere che hanno fatto il giro del mondo e incarnano il punto di vista dell’artista camuna su questo tema), dall’altro fanno capolino i lavori di questi giovani, per la prima volta in dialogo con il nostro territorio (sono studenti di Brera, Laba, Santa Giulia e del Politecnico). Il risultato è stupefacente. Accanto alle opere celebrate di Franca Ghitti, maestose sul limitare della collina o geniali mentre si calano da una delle torri del castello, fanno bella mostra di sé i lavori di questi giovani portabandiera della loro generazione. La porta di Muriel, all’apparenza un varco semplice da attraversare, si rivela fitta di insidie, di elementi taglienti, di ostacoli che possono ferirti se hai l’ardire di andare oltre. L’opera di Alberto, ispirata da un vecchio zio e interamente realizzata con le lame di falci e falcetti parla di libertà: di elementi che vogliono uscire dai confini del reticolo entro cui sono costrette, ma che non riescono a prescindere dal perno che le obbliga a girare eternamente su se stesse. Il ponte di Davide invece simboleggia l’apertura più totale, il simbolo della volontà di passare e incontrarsi con una fresca consapevolezza nei confronti dei temi ambientali: se infatti le fondamenta del ponte sono costruite sul ferro, un materiale industriale, è la natura alla fine ad avere il sopravvento, con il legno, in un’esplosione vitale e incontrollabile.
(Maura Serioli)





