CaMus - Museo Camuno
presentazione
Sistema Musei di Vallecamonica
La sede del Museo

Il museo è stato ricavato al terzo piano del Palazzo della Cultura di Breno, dimora storica di epoca tardoquattrocentesca, che in tempi recenti la Comunità Montana di Valle Camonica ha recuperato e ristrutturato al fine di trasformarlo in un centro culturale di riferimento per tutto il territorio. I primi due piani dell’edificio sono stati destinati a uso della Biblioteca comprensoriale e dei centri operativi dei Sistemi culturali della Valle Camonica. Con l’integrazione del Museo e della prestigiosa collezione di opere d’arte e di materiale archivistico e bibliografico antico che esso custodisce, il Palazzo diventa così a pieno titolo il principale polo d’attrazione delle attività artistiche e culturali del territorio.

La storia

L’origine del Museo è legata ai primi anni del Novecento, quando la “Società Pro Valle Camonica”, fondata nel 1904 da alcuni esponenti dell’ambiente liberal-borghese di Breno, formò quella prima collezione di reperti che costituisce il nucleo dell’attuale Museo Camuno. Nei tre decenni successivi, le collezioni conobbero un notevole ampliamento ad opera di don Romolo Putelli, con l’inserimento di oggetti di pregio di provenienza locale, frutto di donazioni e di acquisti, ma anche, successivamente, di opere provenienti da altre località. Dopo lunghe traversie e trasferimenti, a partire dal 2006 è iniziato il progetto per il riordinamento e il trasferimento della collezione nell’attuale e definitiva sede del Palazzo della Cultura di Breno. Concluso nel 2008, il nuovo allestimento del Museo è stato organizzato collegando al percorso storico alcune esposizioni che riflettono le idee museografiche dei suoi fondatori ed è in corso lo studio analitico delle singole opere, per la redazione di un catalogo definitivo. Le esigenze conservative, come la necessità di controllare il contesto termoigrometrico e l’esposizione luminosa per alcuni materiali e per determinate classi di manufatti, hanno ovviamente determinato alcuni raggruppamenti espositivi. Inoltre la notevole quantità delle opere conservate ha imposto una drastica selezione espositiva e la custodia dei manufatti non esposti in depositi appositamente attrezzati per le diverse tipologie di opere all’interno della sede museale. su

La collezione

Il progetto per il nuovo allestimento museale è stato realizzato da Vincenzo Gheroldi, responsabile scientifico e direttore del progetto di allestimento, fruizione e valorizzazione e da Angelo Giorgi, direttore tecnico-scientifico del museo e consulente storico. Articolato in dieci sale e in una loggia, che ospita la Raccolta Archeologica, il Museo accoglie opere d’arte – dipinti, stemmi, arredi e utensili – che dall’ Età Preistorica giungono fino alla prima metà del Novecento. Accanto alle sale che testimoniano le trasformazioni della produzione pittorica fra il XV e il XX secolo (sale 2, 3, 4, 7, 8, 9), sono presenti la collezione di stemmi e di ritratti di famiglie camune dal XVI al XVIII secolo (sala 1), la raccolta dei reperti archeologici dalla preistoria all’età romana di provenienza locale (loggia), l’esposizione di manufatti che documentano l’arredo liturgico (sala 5) e l’arredo civile (sala 6) fra il Rinascimento e l’Età moderna in Valle Camonica, e una collezione di oggetti d’uso decorati della cultura popolare camuna (sala 10). Nella loggia è stata ricavata una saletta destinata ad esposizioni temporanee di opere in deposito o alla presentazione di documentazioni tecniche e di restauro riguardanti le opere esposte. La notevole quantità delle opere conservate ha imposto una drastica selezione espositiva e la custodia dei manufatti non esposti in depositi appositamente attrezzati per le diverse tipologie di opere all’interno della sede museale. All’interno della collezione, il Museo vanta la presenza di alcuni dei più straordinari artisti del Cinquecento bresciano, come Girolamo Romanino, Paolo da Caylina e Callisto Piazza, autore del dipinto scelto come manifesto del Museo e di cui è riprodotto un particolare: la “Deposizione di Cristo nel sepolcro.” su

I partners

La nascita di “CaMus” è stata resa possibile grazie a una sinergia di forze istituzionali che hanno collaborato insieme e orientato le loro risorse per concretizzare la realizzazione di quest’ istituzione, la cui valenza culturale e artistica è di notevole significato non solo per la Vallecamonica ma anche per l’intera provincia di Brescia, grazie al pregio delle opere d’arte della collezione del Museo e al contesto culturale entro il quale esso si colloca. L’ente capofila tecnico- amministrativo di questo progetto è la Comunità Montana di Valle Camonica, a sua volta affiancata dal Consorzio Bim, dal Comune di Breno e dalla Fondazione Cariplo, che da molti anni ormai si occupa di offrire il proprio sostegno per la realizzazione di importanti progetti culturali nella provincia di Brescia. La Regione Lombardia ha contribuito alla ristrutturazione della sede del Museo, l’immobile del Palazzo della Cultura, e al reperimento e installazione delle postazioni multimediali. Dall’unione di queste realtà è nato quindi CaMus. su

Museo Camuno

La raccolta di manufatti destinati alla costituzione del Museo Camuno fu iniziata a partire dal 1905 dall’Associazione Pro Valle Camonica su proposta di alcuni illustri brenesi. Nel 1908 l’incarico fu assunto da don Romolo Putelli, segretario dell’Associazione, che raccolse pergamene, libri antichi, quadri, sculture, mobili, oggetti d’artigianato, arredi sacri, reperti archeologici e incisioni. Il Museo, inaugurato il 10 giugno 1923, era stato progettato con l’intento di portare l’arte “a contatto con le moltitudini”, anche se la prevalenza di oggetti di provenienza locale connotava la raccolta come documentazione della cultura della Valle Camonica. Con la morte di don Romolo Putelli, avvenuta nel 1939, e con la scomparsa dell’Associazione Pro Valle Camonica, iniziò un periodo di declino del Museo. Solo nel 1947, quando la raccolta artistica fu spostata negli scantinati di Villa Ronchi, diventata sede del municipio di Breno, avvenne una ripresa di interesse per la collezione. Il direttore, Araldo Bertolini, fece compilare un nuovo inventario, ripulire e restaurare le opere, e riordinare la sezione libraria e documentaria depositata in una stanzetta dei locali della biblioteca civica nel seminterrato del municipio. Parteciparono a questo lavoro alcuni appassionati locali, come Francesco Romele, Andrea Beccagutti e Umberto Sala, insieme a Gaetano Panazza, direttore dei Musei Civici di Brescia. Nel 1958 tutto il materiale fu catalogato e sistemato nel palazzo di via Garibaldi, ma l’esposizione fu temporanea e le opere vennero accatastate in due locali dell’edificio. Un nuovo spostamento delle raccolte si effettuò nel 1967, quando le opere furono depositate al secondo piano del municipio. Nella mostra “Proposta per un museo di Vallecamonica”, allestita nel 1983 nella chiesa di Sant’Antonio abate, alcuni oggetti selezionati furono esposti e, due anni più tardi, l’intera collezione fu sistemata in alcuni locali del palazzo comunale di Breno. Agli inizi degli anni Novanta del Novecento iniziarono gli studi per la realizzazione di un catalogo completo della raccolta che fu pubblicato nel 1994. In questa occasione la collezione, formata da reperti archeologici, dipinti, sculture, oggetti liturgici, arredi civili, manufatti della civiltà popolare, fu presentata come una documentazione dei diversi aspetti della cultura materiale della Valle Camonica. su

Sala 1. Stemmi e ritratti di famiglie camune

La storia della nascita delle raccolte del museo è strettamente collegata a quella delle famiglie signorili locali che hanno donato diverse opere d’arte presenti nelle loro abitazioni. Accanto alla Carta geografica del territorio bresciano, che comprende anche una descrizione dettagliata del territorio della Valle Camonica, eseguita nel XVIII secolo sulla base della carta di Leonardo Pallavicino del 1597, è esposta una piccola raccolta di Stemmi di famiglie gentilizie camune. Segue una notevole raccolta di ritratti di singoli personaggi e di gruppi familiari, databili fra il XVI e il XVIII secolo, raffigurano alcuni rappresentanti dell’aristocrazia e del clero della Valle Camonica. Il nucleo principale riguarda opere di pittori di cultura bresciana o bergamasca che ritraggono Esponenti della famiglia camuna dei Cattaneo, fra i quali si segnalano i due ritratti di Pietro Jacopo Cattaneo di Giovanni Jacopo col figlio Giulio e di Marina Sisti Cattaneo col figlio Giovanni Battista, realizzati da un pittore di cultura bergamasca fra la fine degli anni Ottanta e il principio degli anni Novanta del XVII secolo, e un dipinto attribuito a Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Questa collezione consente di osservare, oltre ai cambiamenti dei costumi e delle pose, le trasformazioni tipologiche del genere ritrattistico, con i generi del ritratto individuale, del ritratto dell’intellettuale ecclesiastico e del ritratto di famiglia. su

Sala 2. Icone e dipinti tra il XV e il XVIII secolo

La piccola collezione di dipinti su tavola di formato ridotto documenta alcuni aspetti della produzione artistica destinata soprattutto alla devozione privata fra il Cinquecento e il Settecento. La Madonna col Bambino, rappresentata secondo la tipologia della Madre della consolazione, è un piccolo dipinto su tavola di scuola veneto-cretese eseguito fra la fine del XVI e il principio del XVII secolo. Insieme alle due tavolette col Cristo portacroce, documenta la conservazione dei modelli stilistici e iconografici operata da pittori veneto-cretesi che continuano, anche tecnicamente, la tradizione bizantina, caratteristica dei prodotti destinati alla periferia veneziana e dunque anche della Valle Camonica. La sala raccoglie anche alcuni dipinti del XV e del XVI secolo di diversa origine e destinazione, provenienti, probabilmente, dal mercato antiquario. La presenza più interessante è costituita dalla piccola tavola con I sette dormienti nella spelonca, un soggetto molto raro presente nella “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, generalmente attribuita ad un maestro emiliano tardogotico, può forse collocarsi nell’area adriatica di influenza veneziana in quanto ricorda opere simili a quelle del Maestro della Croce di Pesaro. La tavola con la Sacra famiglia con san Giovannino va attribuita alla bottega di Francesco Rizzo di Bernardo da Santacroce, e datata al principio del XVI secolo, costituisce un tipico prodotto destinato alla devozione privata che è conosciuto in una numerosa serie di varianti uscite dalla stessa bottega. Notevole è anche il frammento con Dio benedicente fra due cherubini di un ignoto pittore dell’Italia centrale che sfrutta un modello dell’ambito peruginesco. su

Sala 3. Dipinti di maestri attivi nell’area camuna nel XVI secolo

La Valle Camonica diventò, fra la metà del terzo e il principio del quinto decennio del Cinquecento, un’area caratterizzata da notevoli investimenti artistici e dall’apertura verso la pittura moderna. Una testimonianza di questo rinnovamento è la pala con la Deposizione nel sepolcro di Callisto Piazza, originario di Lodi, ma attivo a Brescia almeno dal 1524 e presente in Valle Camonica nella seconda metà degli anni Venti del Cinquecento, fino al 1529. L’opera, dipinta su tela, proveniente dalla chiesa di Sant’Antonio abate a Breno, conserva la cornice originale. Di grande importanza è anche la tela con Cristo crocifisso di Girolamo Romanino, collocabile intorno al 1550. Sul retro della tela è presente un dipinto con la Madonna col Bambino e santa Caterina, lasciato incompiuto dal Romanino, come dimostrano diversi pentimenti come il cambiamento relativo alle braccia della Madonna. Spiccano inoltre nella sala le tavole con l’Addolorata (sul cui retro stava La Madonna con il piccolo Gesù ora nella Parrocchiale) e quella ancora dipinta sulle due facce con San Giovanni e Santo vescovo, databili nel primo Cinquecento, probabilmente ante per un altare di reliquie, provenienti da Sant’Antonio a Breno. Sono esposti nella sala anche due frammenti ricomposti di una tela a tempera con Teste di prelati, che aveva in origine la funzione di anta, la cui attribuzione è dibattuta fra Romanino e Piazza. Si osservano inoltre un frammento con la Testa di un santo attribuito a Francesco Prata da Caravaggio, e altri dipinti, fra i quali una Maddalena di Luca Mombello, che documentano le relazioni fra la pittura bresciana e la pittura camuna nel XVI secolo. È esposta nella sala anche una piccola raccolta di dipinti con Teste di Cristo di diversa provenienza, e una notevole tavola con San Gerolamo del principio del Cinquecento. su

Sala 4. Dipinti del XVI e XVII secolo

È esposta una raccolta di opere di soggetto religioso, soprattutto di pittori di ambito bresciano del Cinquecento, come la Flagellazione di Cristo di pittore ignoto e il frammento di dipinto murale con Testa femminile attribuito a Lattanzio Gambara. Sono inoltre collocati dipinti principalmente di scuola lombarda e veneta del secondo Cinquecento e del primo Seicento, come il Crocifisso dell’ambito di Palma il Giovane o l’Incontro fra Cristo e la Veronica di un maestro prossimo al Veronese. Fra la serie delle opere di piccolo formato si osserva la tavoletta con la Santa Maria Maddalena in gloria sorretta dagli angeli che deriva probabilmente da un prototipo diffuso, di pittore lombardo seicentesco, ricavato da una stampa del pittore umbro Raffaele Schiaminossi realizzata a Roma nel 1618. su

Loggia Raccolta archeologica

La raccolta comprende circa un centinaio di oggetti d’epoca preistorica, protostorica, romana, provenienti da diverse località della Valle Camonica. Spiccano un falcetto databile all’XI sec. a.C., di provenienza ignota, e un’ascia di bronzo, del tipo “Nanno” dell’VIII sec. a.C., ritrovata in località Bardisù, tra Berzo Inferiore ed Esine. Alla fase protostorica appartengono un askos e un piatto in ceramica a vernice nera risalenti al IV-III sec. a.C. I manufatti di epoca romana, provenienti principalmente dal circondario di Cividate Camuno, sono costituiti da un gruppo di lucerne databili al II sec. d. C., laterizi con bolli attestanti la presenza in zona di una fornace, epigrafi frammentarie, balsamari in vetro, piatti in ceramica ed utensili bronzei, riferibili quasi sicuramente a corredi tombali. su

Sala 5. Arredo religioso dell’area camuna

I manufatti esposti provengono da edifici di culto locali non più identificabili. Si tratta di oggetti databili fra il XV e il XIX secolo che sono stati raccolti in base alla comune destinazione. Alcune opere costituiscono frammenti di strutture altaristiche fisse, come i paliotti, i tabernacoli e le parti di cornici. Spiccano i due paliotti d’altari del XVIII secolo, uno in cuoio punzonato, argentato, meccato e dipinto, di manifattura veneta, l’altro in legno scolpito, dorato e dipinto, attribuito alla bottega del Piccini. Altre opere, come gli angeli cerofori, erano in origine sculture mobili impiegate nel corredo degli altari. La collezione comprende anche sculture lignee che venivano esposte nello spazio ecclesiastico, come il tabernacolo con il Cristo in pietà di intagliatore veneto del XV secolo, il pallio con Cristo in pietà del principio del XVI secolo, e il frammento di soasa con il Padre Eterno di intagliatore locale del XVI secolo. La tela con il Compianto su Cristo morto di Paolo da Caylina il Giovane, dipinta sulle due facce, è verosimilmente una rara testimonianza di un dossale d’altare della prima metà del Cinquecento. Nella vetrina sono esposte varie suppellettili liturgiche. Fra le opere destinate alla devozione privata si segnala il notevole Crocifisso da camera con i due dolenti della bottega dei Fantoni di Rovetta del XVIII secolo. È esposta anche una piccola raccolta di Paci del XVI-XVIII secolo. I due intarsi lignei, eseguiti con legni diversi, legni colorati e ombreggiature a sabbia rovente, che costituivano probabilmente pannelli figurati inseriti in arredi, sono datati: il San Giovanni battista, opera dell’intagliatore Giovanni Leoni attivo a Breno nell’ultimo quarto del XVII secolo, è datato 1690, il pannello con La carità, siglato G.BC., è datato 1740. su

Sala 6. Arredo civile dell’area camuna

La raccolta comprende mobili destinati all’arredo civile di provenienza locale databili fra XVII e XVIII secolo. Nonostante la diversa tipologia e la differente funzione, gli arredi presentano caratteri formali e dettagli decorativi comuni che testimoniano una discreta unità della produzione valligiana. Sono presenti anche alcuni cassoni, cassapanche, credenze, piattaie, sedie e una serie di dipinti del XVII e del XVIII secolo con nature morte e con soggetti profani che completavano l’arredo civile. Alle pareti sono esposti alcuni dipinti destinati all’arredo civile, divisi secondo serie tipologiche. Abbiamo anzitutto i ritratti di coppia, come quello di un ignoto pittore, attivo fra il XVII e il XVIII secolo, rappresentante una Coppia di bambini, accostato al Ritratto dei coniugi Giacomo Bonfadini e Felicita Moreschi, datato 1843. Seguono poi due opere di genere bambocciate: la Serenata di bambocci attribuita all’ultima produzione del pittore bergamasco Enrico Albrici (1714-1775) e l’ovale con i Nani taglialegna che si scaldano al fuoco del pittore bresciano Faustino Bocchi (1659-1741), accostabile alle due bambocciate dello stesso pittore della Pinacoteca di Brera. Un dipinto del genere caricaturale di un ignoto pittore cinquecentesco è la Testa di vecchio gozzuto, mentre all’ambito del Cifrondi, fra la fine del XVII e il principio del XVIII secolo, è solitamente riferita la tela raffigurante una Contadina che allatta un bambino. La serie dei dipinti di arredo è poi completata da una natura morta di ambito napoletano. Un manufatto, che spicca per particolarità, è il cosiddetto letto del capitano di Valle (o forse del sindaco generale), ornato da tarsie policrome e da un reliquiario, realizzato nel XVII secolo e più volte riadattato in concomitanza del cambio dei reggenti. La sezione composta da due inginocchiatoi da camera e da piccole immagini sacre di diversa tipologia e fattura documenta la presenza di spazi di devozione nell’arredo privato. Nella sala è esposta anche una piccola collezione di tavolette da soffitto, provenienti dal palazzo Federici a Cividate Camuno, che documenta un aspetto dell’arredo di un ambiente civile rinascimentale, accostata ad alcuni frammenti ceramici contemporanei decorati. su

Sala 7. Dipinti del XVII secolo

Nella sala sono collocati dipinti di soggetto sacro, principalmente di scuola bolognese, veneta e napoletana del XVII secolo, provenienti da acquisti e da donazioni. Di notevole importanza sono le tele col Martirio di san Bartolomeo firmata da Camillo Procaccini e datata 1622, col San Francesco in estasi di maestro emiliano del XVII secolo, il San Gerolamo di Johann Carl Loth. È presente nella sala anche una tela con L’incredulità di san Tommaso copia dall’analogo dipinto di Caravaggio agli Uffizi di Firenze del XVII secolo. Sono inoltre esposti in una teca alcuni dipinti di piccolo formato, raccolti per la particolarità dei supporti, realizzati su pietra paesina, su pietra di lavagna e su lastra di metallo. su

Sala 8. Dipinti del XVIII secolo

Sono collocati dipinti di soggetto religioso di maestri veneti, mantovani e di altre scuole dell’Italia settentrionale, provenienti da acquisti e da donazioni. Si segnalano la tela con Gesù e la Samaritana del bolognese Francesco Monti, databile agli anni Trenta del Settecento, molto simile al dipinto della Galleria Estense di Modena, i due ovali con San Paolo del mantovano Giuseppe Bazzani e con Sant’Antonio abate attribuito al veneziano Gaspare Diziani, l’Annunciazione di ignoto veneto, e la Sacra famiglia e la Morte di san Giuseppe di ignoti bresciani del XVIII secolo. Molto interessante è il pastello su carta con la Sacra famiglia di ambito bresciano, attribuito a Angelo Paglia o a Eufrasia Paglia. Nella sala è esposta inoltre una raccolta di dipinti di piccolo formato, destinati all’esposizione in ambienti privati, con soggetti di paesaggi con figure e battaglie. su

Sala 9. Dipinti dei secoli XIX e XX

Nella sala è raccolto un piccolo gruppo di opere di pittura neoclassica e romantica con paesaggi e scene storiche. Fra le opere di genere storico spiccano l’olio su cartone raffigurante Bice del Balzo nel castello di Rosate di Francesco Hayez, l’olio su tavoletta di Massimo Tapparelli D’Azeglio con Il pescatore che trova il cadavere di Ettore Fieramosca e la teletta ad olio con una Scena mitologica del fiorentino Luigi Subatelli. Si osservano inoltre il piccolo Ritratto di donna firmato dal cremonese Giuseppe Diotti e il Ritratto di giovane uomo di Giacomo Trécourt. Va segnalato anche lo studio di Faustino Joli con la Chiesa di san Pietro e la rocca di Solferino forse per l’analogo dipinto della Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. Sono esposti inoltre alcuni dipinti di pittori orientalisti lombardi della seconda metà dell’Ottocento, come la Figura maschile e il Paesaggio africano del pittore bergamasco Giorgio Oprandi, o il Mercato arabo del milanese Riccardo Pellegrini. Un’intera parete raccoglie un gruppo di bozzetti di pittori della prima metà del Novecento prevalentemente per opere con soggetto sacro, come il bozzetto del pittore clarense Giuseppe Teosa, l’Implorazione ad un prelato del triestino Gian Lorenzo Lattieri e la Sacra famiglia con santi del brenese Francesco Domenighini. È presente infine una sezione di ritratti, nature morte e paesaggi di scuola lombarda del primo Novecento, fra i quali i due grandi Ritratti di Laura e Francesco Domenighini del bergamasco Ponziano Poverini, il Ritratto di uomo barbuto firmato dal bergamasco Romeo Bonomelli, e il Ritratto di adolescente con mandolino firmato M. Bianchi. su

Sala 10. Utensili decorati della cultura popolare camuna

La collezione di manufatti della cultura popolare della Valle Camonica possedeva un ruolo importante nella raccolta museale originaria. Corrispondeva a una concezione del museo come istituzione culturale che aveva fra i propri compiti anche la documentazione delle tradizioni locali. La selezione delle opere confluite nella collezione demoetnoantropologica del Museo Camuno aveva seguito un criterio piuttosto preciso. All’interno della vasta serie dei prodotti della cultura popolare i fondatori del Museo avevano orientato la loro attenzione verso quei manufatti che maggiormente documentavano il gusto per l’elaborazione formale e per la decorazione applicata. La raccolta si era così caratterizzata come una collezione di testimonianze relative all’impiego di forme e modelli decorativi nella produzione degli utensili e degli arredi della tradizione popolare locale. Per questo motivo le opere che nel nuovo allestimento sono state raggruppate secondo un criterio funzionale e tipologico, si prestano ad essere osservate, nel loro insieme, anche dal punto di vista delle scelte formali e delle applicazione decorative. In particolare gli oggetti mostrano la coesistenza fra elementi caratteristici della tradizione decorativa popolare, dotati di una lunga durata, e di elementi caratterizzati da una maggiore variabilità, che solitamente risultano derivati dalle produzioni artistiche coeve. La Culla a dondolo, databile al XVI secolo, ma restaurata con inserti successivi, mostra la fascia esterna orizzontale decorata ad intaglio con l’impiego di alcune varianti del modello geometrico a stella su impianto circolare. La grande lettera M dipinta sul fronte della culla, che può essere interpretata come l’iniziale di Maria, forse serviva a porre una neonata sotto la protezione della Madonna, oppure indica che il mobile era stato riutilizzato per esporre in chiesa una di quelle sculture vestite e con il volto in cera di Maria bambina in fasce. Il motivo decorativo presente sulla culla è molto diffuso, e si ritrova in varianti più o meno elaborate anche in altre serie di manufatti lignei intagliati databili fra il Seicento e la fine dell’Ottocento presenti nella nostra collezione. Un esempio è fornito dai due Bastoni portasecchi, usati per portare carichi a bilancia sulla spalla, o da alcuni contenitori come l’Astuccio portasementi o il Cofanetto col coperchio a scivolo, o ancora da oggetti d’uso comune come lo Stampo per burro, la Bardatura per cavalli e il Collare forse da capra. Il riutilizzo di motivi decorativi ricavati dalle produzioni artistiche coeve è invece testimoniato dalla Pialla ornata ad intaglio con motivi derivati dalla decorazione settecentesca e da un manufatto in legno intagliato che forse costituiva la base per un crocifisso da camera che reca le date 1612, 1646 e 1658. Nella teca sono esposte serie di stampi per burro o per dolci, di stampi per tessuti, di Posate in legno intagliato, di Bastoni da passeggio intagliati a rilievo o decorati a incisioni, e altri oggetti decorati come una Fiasca ricavata da una zucca, decorata con incisioni pirografate con l’immagine di un domatore e un cavallo e un orologio con altre figure e un Corno portapolvere da sparo. Le tre piccole sculture esposte nell’altra teca, in legno intagliato, snodabili e vestite, databili al XVIII secolo, raffiguranti un giovane, una giovane donna e un frate, sono in genere ritenute elementi di un presepio. I tre ex voto per grazia ricevuta esposti nella sala sono una testimonianza di una forma della religiosità popolare che risulta documentata a Breno dalla notevole raccolta di ex voto della chiesa di San Valentino. Si tratta di due frammenti di tavolette dipinte: la prima, di fattura ottocentesca, con Tre devoti in preghiera rivolti ai santi Antonio da Padova e Valentino che intercedono presso la Madonna col Bambino, la seconda, datata maggio 1756, con Un devoto in preghiera verso la Madonna col Bambino. Un terzo ex voto è costituito da un quadretto in metallo sbalzato e lavorato a punta di bulino, databile fra il XVII e il XVIII secolo, raffigura Una devota che richiede l’intercessione di sant’Antonio presso la Madonna. su